giovedì 19 aprile 2012

Mamma Gambalunga

E’ la prima estate della sua vita senza compiti. Si tratta di partire per il mare con due pesci rossi in bottiglia e tutto ciò che non si immagina a dieci anni.
Quando vede il libro che la mamma gli mette in valigia pensa ad un errore nonostante le spiegazioni. Papà Gambalunga va letto un capitolo al giorno e riassunto ogni sera. Senza reclami, c’è da vivere l’estate colorata di un’orfanella che forse ce la fa, come spesso, grazie a qualcun altro.
Dopo pranzo inizia, mentre la sorella gioca in terrazzo con il secchio e le biglie che erano sue. Legge il primo capitolo di “un libro da bambine” e scrive svogliato dieci righe sul quaderno. A cena presenta il lavoro e chiede spiegazioni sul romanzo. La mamma pare saperne quanto lui.
Il giorno dopo scarabocchia le parole sistemando punti e virgole, attenendosi al testo. La mamma legge distratta il lavoro che procede.
Giorno dopo giorno, per tutto luglio, l’orfanella Abbott esce dall’istituto in cui si trova e si siede accanto a lui: gli sussurra una storia diversa. Della sua passione per la scrittura che va oltre un libro che neanche una mamma ha letto come vorrebbe far credere. Gli narra delle storie che ti trovano quando meno te l’aspetti, semplicemente immaginando. Dovunque, un racconto da cogliere, anche nei compiti che ti scelgono, a dieci anni, come in seguito.
Il primo libro della sua vita era stato scelto da qualcun altro, abbandonato sul comodino con il segnalibro che scalava le pagine distratto, nonostante tutto. Ma insieme c’era il quaderno con la storia di quello che sarebbe stato Papà Gambalunga, se solo qualcuno, in quella casa, avesse letto il libro. Lì c’era la prima bozza sghemba di un racconto che solo lui conosceva, con gli stessi personaggi di Webster. Il suo primo, breve, romanzo su fogli a quadretti, in cui scoprì l’amore timido per le realtà diverse che vedeva nella sua mente. La trama parallela che la mamma leggeva ogni giorno chiudendo il quaderno, non sapendo che negli anni ne avrebbe comprati altri per assecondare le vite dei personaggi di suo figlio. Assistendo inconsapevole alla nascita di una storia che avrebbe conosciuto solo leggendo, un giorno. Quella di Mamma Gambalunga.

martedì 3 aprile 2012

The lift


Esce ravviandosi i capelli. Attenta a non sorridere troppo, gli fa l’occhiolino, muovendo le dita a saluto fugace e sensuale.
Lui rimane seduto sul corrimano, attaccato alla parete dell’ascensore. I pantaloni slacciati e la camicia penzolante.
L’ha masturbato al 36esimo piano. “Pressroom” indica la targhetta sulla pulsantiera. Pullulante di fotografi e giornalisti durante il giorno, alle 4 di notte solo due figure scomposte che si salutano nel buio.
Senza lasciare tracce se n’è andata in bagno, perdendosi nel piano. Lui non ha intenzione di aspettare, spinge il pulsante e riscende.
Il guardiano all’entrata lo lascia passare, ferma un taxi e sale. Direzione Tribeca.
Il buio in casa gli restituisce la sagoma di lei sul letto. Il respiro regolare e il profumo della pelle. Congeda la baby-sitter che dorme sul divano con la tv ancora accesa e le regala 50 dollari in più. La doccia lo attende, calda e scrosciante.
Quando s’infila nel letto, la sveglia del giorno prima suona. La zittisce con un colpo secco e si gira dall’altra parte. Sente socchiudere la porta. Lei entra e si sdraia accanto. Lui la tiene stretta, baciandole i capelli che sanno del balsamo della sera prima.
«Papà» fa lei.
«Dimmi amore» le sussurra all’orecchio.
«Sono felice per la gita di domani, lo sai? La maestra ha detto che possiamo fare le foto. Mi presti una delle macchinette?» gli domanda.
«Certo tesoro, domani mattina la scegli. Magari una di quelle piccoline, va bene?». Lei annuisce nel silenzio.
«Ho paura a salire così in alto, papà»
«Dall’Empire vedrai tutta New York amore mio. Ci sarà solo tanto vento»
«No, ho paura dell’ascensore, papà»