martedì 3 marzo 2009

Qualcosa da bere

«Qualcosa da bere?» aveva chiesto l’hostess con voce nervosa.
«Whisky», aveva risposto.
Gliene aveva portato un bicchiere pieno fino all’orlo.
Aveva capito. Si erano guardati per un secondo e aveva compreso.
Poi era arrivata la voce del pilota: quella che, in partenza o in arrivo, non capisci mai cosa dica. Più simile a scariche statiche nel microfono che a raucedine. «Tra pochi minuti finiremo il carburante e cadremo. Proverò un atterraggio di emergenza. Farò il possibile, avviate la procedura». Lo disse in italiano, lo ripeté in inglese. Stavolta si era compreso tutto, oltre al fatto che non ci fosse più scampo. I viaggiatori, diligenti, rimasero ad ascoltare il rumore dei motori prima che si spegnessero del tutto. Nessun panico, nessuna isteria collettiva. Sembrava che nessuno respirasse più per non consumare quei pochi minuti che rimanevano all’impatto.
Fabio Cenciotti avviò la procedura di emergenza. Tracannò il whisky, indossò quello che c’era da indossare, assunse la posizione consigliata rannicchiandosi sul sedile. Non pregò e non pianse. Non decise di fare un’ultima telefonata col telefono satellitare, non mandò un ultimo sms dal suo cellulare spento nella tasca del giaccone.
Rimase al suo posto come era stato per buona parte della sua esistenza, senza protestare. Non ebbe paura, non rivide la sua vita in un secondo, ma pensò a quella domenica di tanto tempo prima e alla voce in quel microfono che la cercava. Per l’ultima volta, senza più trovarla: "La signora Cenciotti è attesa dal marito all’entrata del centro commerciale… La signora Cenciotti è attesa dal marito all’entrata del centro commerciale".
Era un giorno in cui solo alzarsi presto ti pacificava, ancor prima di vedere il sole. Uno di quelli in cui puoi solo immaginare di salire in alta quota, fissare la velocità di crociera e inserire il pilota automatico. Nonostante ci fosse tutto da fare e nella casa in cui erano non avessero ancora nulla. Persino il rumore delle serrande sbobinate provocava turbamento col rimbombo. C’erano loro però, tutto il resto sarebbe stato scelto quel giorno.
Era sceso, aveva liberato il portabagagli per fare posto a ciò che avrebbero preso per arredare la loro vita insieme e lei era giunta con gli occhiali da sole, il cappotto nero e quel sorriso stentato del primo mattino.
Entrati, al reparto librerie, gli aveva appoggiato un bacio su una guancia, sfiorato il petto e sussurrato che andava in bagno. E così se n’era andata, di schiena, tra mille altre schiene. Lasciandolo con un depliant in mano e una matita con cui segnare in una griglia tutte le cose che non s’era portata via dopo tre anni. In compenso gli aveva regalato un microfono dentro cui cercarla tra centinaia di altre donne in un centro commerciale, una casa in affitto vuota dentro, i libri che avevano letto e le fotografie scattate e mai attaccate. Aveva atteso qualcuno che venisse a prendere la sua roba, senza dare spiegazioni, senza che lui ne chiedesse, ma non venne nessuno. Dopo tre mesi mise tutto in uno scatolone, il depliant, la griglia mezza scritta, la matita in cima, e chiuse l’ultima porta del corridoio buio in cui si era perso.
Si prese un’aspettativa di sei mesi, ritirò tutto dal conto in banca, subaffittò la casa vuota e come un eroe fradicio e sconfitto, di quelli che hanno combattuto per qualcosa di superfluo e giusto, si avviò all’aeroporto.
Non si perse mai, ma nemmeno si ritrovò. Tra Bogotà, Malindi, New York, Cape Town e decine di città che solo il suo passaporto conosceva, viaggiò controvento, senza mai protestare, venendo a patti con qualsiasi futuro.
L’aveva amata e sognata a memoria ancora a lungo. Un ritratto copiato dalla stessa foto ogni giorno, per mesi, poi, girata l’immagine, mentre continui a disegnare, i capelli si diradano, le labbra si assottigliano e i colori sbiadiscono, col ricordo in testa che si secca, inevitabile.
L’aveva sostituita in mille altri modi, non uno che non facesse male o che non lasciasse amarezza. Ma non l’aveva mai più cercata.
Era lì, rannicchiato e al buio, in attesa di precipitare, l’aereo pronto a scintillare, slabbrandosi all’impatto, e immaginò la dea della fine col suo viso, così chiaro adesso.
Sentì i motori spegnersi, prima uno, poi l’altro. Perse quota, lì, dove il silenzio non fa rumore, prima della fine di tutto. Vedeva Key West dall’oblò, con le sue case ricavate dai naufragi: ammarare sarebbe stato troppo, come scegliere quella libreria tanto tempo prima.
Udì la voce del pilota. Quella che, in partenza o in arrivo, non capisci mai cosa dica.


[Il racconto ha partecipato al Concorso "Born to Write" rientrando tra i finalisti ed è stato pubblicato domenica 31 maggio 2009 tra le pagine de "L'Informazione di Parma"]

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