martedì 16 dicembre 2008

Chiazze rosse

Il suo respiro è la cosa più vicina al silenzio. Si muove tra stracci e scatoloni come un malato di Calcutta. Per due notti a settimana è il padrone della Roma sudicia. Zona stazione Termini.
Non c’è mai tempo per compiere un lavoro preciso. Altri lo faranno per lui all’alba. Raccoglie quello che è fuori, seleziona il materiale di scarto tra quelli già scartati e lo tira dal basso nel cassone sghembo del camioncino.
Sposato, con un figlio, non vede l’ora di farsi sbranare da Miriam, la collega che attacca mezz’ora dopo di lui. Un rito rapido e indolore. Una flebo in vena due volte a settimana, in mezzo al turno, nel deposito di fianco alla Caritas, tra gli scatoloni di vita dei barboni qualche metro più in là.
Quando se la trova innanzi dietro il cestino, comincia a piovere. Il rosso gli ricorda l’ultimo tapis roulant in cui ne ha vista una identica all’aeroporto tra altre decine. Di quelle borse che ti regalano con centomila punti benzina e che stingono alla prima pioggia di una notte di dicembre presa a caso. Lasciando chiazze rosse sull’asfalto.
Con la faccia sciolta sotto il cappuccio arancione della divisa, si guarda intorno, fantasma con lo scheletro zuppo. L’assale il silenzio abitato da qualcosa di pericoloso, innescato e pronto a saltare. Qualcosa che solo una valigia rossa abbandonata alla stazione centrale di Roma può conservare. E che lui dovrebbe caricare sul cassone mascherata da spazzatura. Dimenticandosi la moderna era criminale e ricordando che Roma non sarà mai colpita da un attentato, “C’è il Vaticano, qui”.
La voce di lei squarcia la pioggia: «Che fai stasera, ci pensi su? Dai, che ho voglia di te» gli grida Miriam sporgendosi dal finestrino del camioncino sopraggiunto «Finisco il giro a Piazza della Repubblica, t’aspetto al deposito».
Lui accenna un sorriso innaffiato, segue i fanalini di coda fin dietro l’angolo. Un tuono lo desta del tutto. Raccoglie le scatole, gli stracci e i sacchi con i guanti zuppi. Si chiude la portiera addosso e innesta la marcia. Morirà sì, ma non stanotte con una valigia rossa in grembo.

Seduti sulla panca negli spogliatoi di fianco al deposito, lei si arrampica su di lui, vorace. Le tute in terra allargano una pozza d’acqua sul pavimento. Non pensa a nulla, ascolta il suono del temporale contro le vetrate della sala fredda. Lei si dà da fare col viso nascosto dai lunghi capelli bagnati. Si sente scomodo come Bush in una passeggiata per le vie di Baghdad. Poi la vede e capisce.
«Mì, ma quella valigia dove l’hai presa?»
«Ah sì… l’ho trovata a Repubblica. Volevo vedere che c’era dentro... Pesa un quintale, c’ha un lucchetto» ravviandosi i capelli.
Il tuono della consapevolezza lo devasta ancor prima dell’esplosione di quella e delle trenta valigie sparse nella capitale.
A Piazza della Repubblica un nottambulo coi piedi in una chiazza rossa guarda Roma nel fragore che sprofonda. Non sa di essere vivo per miracolo.

domenica 7 dicembre 2008

La donna che si scioglieva nella pioggia

Very Minimal People Anthology - AA. VV. (Ibiskos Editrice Risolo, Dicembre 2008)
Pag. 169 e segg. "La donna che si scioglieva nella pioggia" di Riccardo Sorrentino
Presentato alla 7ma Fiera del Libro "PiùlibriPiùliberi", Eur - Roma

La prima volta la vide a cinque anni. Era caduto dalla bici sbucciandosi le ginocchia e lacerando la tuta che la mamma gli aveva regalato. Solo in cortile, aveva perso l’equilibrio. Lei arrivò e lo aiutò a tirarsi su. Esaminò la ferita ed il danno alla stoffa. Gli sorrise carezzandogli la testa e lo rassicurò, muta dea del silenzio. Poi alzò lo sguardo al cielo, ascoltò il tuono e lo salutò, scomparendo. Lui prese a singhiozzare mentre le gocce di pioggia precipitavano sul primo trauma della sua vita. A sciogliere le ferite senza riparo.
A dieci anni, quando rischiò di annegare insieme alla sua compagna di banco, lei lo aspettava sul bagnasciuga. Gli cinse il collo col braccio mentre i tre uomini cercavano di rianimare la bambina. Tra le lacrime le chiese ‘Chi sei?’. Un lampo squarciò il cielo grigio di fine agosto e lei si allontanò rapida, stampandogli un bacio in fronte. Lui si scordò di quel momento e lo chiuse dentro la bara insieme alla sua infanzia sciolta nella ceralacca della poesia che aveva scritto per la bambina.
A ventun anni perse il controllo della macchina del papà oltre il guardrail. Si rianimò con due costole rotte, il viso segnato e la fidanzata con la testa fracassata. Fu lei a tirarlo fuori e a chiamare i soccorsi. Muta, gli steccò una gamba prima che le nuvole facessero rotolare giù le loro emozioni. Scomparve nella pioggia senza lasciare spiegazioni da dare ai dottori su chi gli avesse salvato la vita e immobilizzato una gamba. Con l’adolescenza che si scioglieva.
A trentaquattro anni entrò in casa, di ritorno dal suo primo congresso oltreoceano. Socchiuse la porta del salotto prima di sentire le voci nella stanza da letto. Si risparmiò lo spettacolo penoso e recuperò la valigia appena posata. Quando scese la trovò ad aspettarlo. ‘Chi sei?’ le chiese. Lei gli consegnò una chiave ed un indirizzo dove poter passare i mesi successivi. Scomparve e lui rimase a fissare il suo matrimonio che si scioglieva sotto la pioggia timida di una mezzanotte qualunque.
La rivide a cinquantanove anni, dopo aver perso l’azienda ospedaliera che gli aveva consegnato fama e ricchezza. Lo aspettava all’uscita della stazione, muta ed immobile. Lo abbracciò sotto la pensilina dei taxi come in attesa da anni. ‘Chi sei?’ riuscì a dire. Lei si infilò un cappello in testa e girò rapida l’angolo, poco prima dell’alluvione che colpì la sua carriera, ormai sciolta nel tombino sotto i piedi.
Il mare non gli sembrava più quello di tanto tempo prima. Lo rimirava, a ottantatrè anni, stando in piedi oltre le dune di sabbia. In una mano l’ombrello ed il sacchetto della cena. Nessuno gliela cucinava più da tanto tempo. Lei arrivò alle sue spalle. Puntuale come sempre, prima dei momenti di pioggia della sua vita in cui si era sciolto senza riparo. Si mise al suo fianco, le braccia sul muretto, al di qua dell’orizzonte carico di pioggia. Lui disse solo: ‘L’ho portato, finalmente’. Lei gli sorrise, muta come sempre. ‘Rimarrai vero?’ ed aprì l’ombrello. Si strinse a lui e la pioggia venne giù.
Poi si sciolsero insieme.

[Il racconto è apparso la prima volta il 28 aprile 2008 sull'old blog]

lunedì 1 dicembre 2008

Lavanderia a gettoni

Entra e cambia alla cassa dieci euro. Il neon illumina il vestito elegante e il sacco nero che porta, simile ai body bags per i cadaveri dei soldati americani. Raccoglie venti monete nei palmi e s’incammina verso l’oblò più nascosto. C’è acqua ovunque intorno, rumorosa. Sotto le sue scarpe, a chiazze. Fuori, cadono brandelli di cielo.
Poggia il sacco sulla lavatrice industriale, ne sfila il contenuto e raggruppa tutto nel cestello. Mette dentro le monete e imposta il programma. Dalla vetrata vede il trucco pesante del quartiere. Assieme alla pioggia, il vento scuote la strada: il cinema porno, la locanda notturna, il motel a ore. La vita dove si è rifugiato da quattro mesi.
Sbircia dietro l’angolo il cassiere seduto a gambe incrociate, i-pod nelle orecchie e rivista in mano. Il rito si consuma regolare: inizia a sfilarsi la maglietta, a slacciarsi la cintura. Appoggia mutande e pantaloni sulla panca e infila le monete nella lavatrice accanto a quella usata per i vestiti. Come un giocatore alla slot machine, imposta il programma per “delicati” e si infila nudo nel tubo.
Lo fa una volta alla settimana. Da quando è in attesa. Dall’istante in cui l’oncologo gli ha concesso quattro mesi, neanche fosse Dio. Perché tutti abbiamo una scadenza sul retro. Senza la possibilità di leggerla. Tumore ai polmoni la sua. La data, una sentenza passata in giudicato: “è oggi” s’è ripetuto all’alba.
E allora prova a se stesso che è ancora in grado di respirare. Per strada, di corsa, sott’acqua. Solo che il mare gli fa paura. Sceglie per brevi istanti un tunnel buio e vorticoso in cui affogare a piccoli tratti. Rimane lì dentro ad affannarsi per dieci minuti sapendo che non esiste un’altra possibilità. Che una vita, spesso, non basta a se stessa, pur se scossa da una centrifuga a gettoni. Che sta per uscire il numero che altri hanno puntato per lui.
Rien ne va plus, quando il cielo perde un pezzo scintillante sulla magnolia al centro della città. Il blackout spegne gli orologi alle 11 e 45 e blocca la pallina della roulette insieme alle lavatrici piene d’acqua. Realizzando la profezia di un oncologo.

lunedì 17 novembre 2008

Senza fiato

C’è il cielo stracciato di settembre sulla costa ovest del mondo. Corre con la sabbia nelle scarpe fuggendo dai cani al galoppo, tra bambini e aquiloni.
Lei l’aspetta in veranda, sdraiata sul lettino. La mano ferma sul ventre, gli occhi rossi nelle scorie del tramonto. Il sorriso è di chi sa che ogni cosa è stata possibile. E tutto ciò che non è stato è solo perché non ne valeva la pena. Né qui, né in qualunque parte della loro vita. L’idea di perdersi, un punto d’arrivo, non una sconfitta.
Ha la maglia zuppa di sudore e il respiro scarico d’aria, dopo mezz’ora di jogging sul filo dell’oceano. Lei s’alza a fatica negli ultimi tempi, ma lo fa comunque per accoglierlo e intrecciarlo in un abbraccio.
La vita li fissa senza fiato. Entrambi, seppure per motivi diversi.
«Mi sei mancata», baciandola. «Come ti senti?»
«Ora che c’è il tuo odore, bene», ma il viso non si sforza di mentire come all’inizio di tutto.
Lui le passa una mano sulle spalle, un’altra dietro le ginocchia. La solleva piano per non spezzarla. «Vieni, ti lavo i capelli oggi». Lei ha il sorriso dell’abbandono, di chi ha sognato nella notte, ha perso il ricordo e lo ricerca nei profumi intorno. Non oppone resistenza al vento che le scompiglia la faccia e al tramonto che le strizza gli occhi. Ha il sapore degli ultimi giorni in bocca, l’odore della loro casa chiusa da mesi, lontano. Lui le appoggia il naso sulla fronte e le tende le labbra, lasciandole lì. La lacrima che perde scivola rapida sulla testa spoglia di lei.

venerdì 7 novembre 2008

Tequila


Al Bar (LAB - Giulio Perrone Editore, novembre 2009)
Pag. 29 e segg. "Tequila" di Riccardo Sorrentino


Quando ci han fatto scendere, non avrei pensato di camminare a lungo. Ci siam bloccati nel nulla, come capita quando corri verso qualcosa da raggiungere comunque. Qualcuno sostiene che non è importante la meta, senza un viaggio. Il mio è tra le rotaie, ora. Coi fari della motrice che illuminano i pali della rete elettrica. E la pioggia fitta che s’infila per arrugginirmi. Tutti a trascinare i nostri piccoli vagoni a forma di trolley. In fila indiana tra pietre nere e il vociare indignato: alla ricerca della stazione non raggiunta per il guasto. Di lato il buio acceso di sterpaglie di un punto senza segnale gps e ignoto agli operatori di cellulari. Intorno, un brusìo che non è vibrazione, sotto il clac-clac dei trolley. Ci prenderanno al prossimo avamposto ferroviario han detto, ma nel frattempo non resta che avanzare. E il vento che sale pare saperlo.
Dopo mezz’ora come capofila di un gruppo che brancola nel buio, gli occhi scorgono le lanterne di un saloon ai piedi delle rotaie. La pioggia, se forse ha smesso, è perché non ha più alcun vestito da chiedermi ancora. Il vociare dei viandanti aumenta alla vista delle luci, ma presto capisco che della stazione ha solo la fila di neon all’ingresso.
Qualcuno uscendo dalla locanda, ci informa che poco più avanti c’è quello che cerchiamo. Anche se per me è in ritardo da un pezzo quel treno.
Rimango a guardare il gruppo che riparte, le schiene curve sotto l’acqua e i fiati che fumano.
Entro.
Gocciante mi siedo al bancone, tra gli occhi sfuggenti della nera che sembra avere tutto sotto controllo.
«Tequila?». Senza buongiorno o buonasera.
«Una chiara, grazie» rispondo.
«Stai bagnando il bancone» e con la lingua si umetta le labbra senza guardare.
«Scusami». Ha gli occhi verdi, una t-shirt nera e odora di lavanda.
Intorno è fumo di sigarette nella tv che trasmette i risultati delle elezioni americane. Siamo in quattro e un juke box sul fondo.
«Funziona?» le domando.
Allunga la mano su un bicchiere e senza girarsi mi dice: «Se ti piace la musica country, ha solo una canzone».
Mi alzo e con la birra raggiungo il dj di legno. ‘Wasted days and wasted nights’, adatta alle due di notte di un giorno tra le rotaie. Freddy Fender non mi contraddice. Le immagini mute in tv si colorano di quadrati rossi e blu di stati democratici e repubblicani. La mia birra scende sotto il livello di guardia.
Non la sento arrivare. Domanda: «Tequila?»
Non mi sono mai fatto di tequila. Non mi sono mai fatto una nera, a dire il vero. Sono stato vicino a farmi una macchina per viaggiare, anni fa. Mi sono fatto fregare più di una volta, sì. Non so se i conti siano pari o ancora da sistemare. Li leggo nel giallo color urina, annotati nel sottobicchiere della birra. Ma non ho il mio commercialista vicino.
«Tequila» dico e lei arma la pistola sul fianco e spara il colpo impassibile. Mando giù aspettando che arrivi il treno, ma è già passato in gola e approdato nello stomaco, senza intoppi stavolta.
Lei si ferma e mi fissa. La vedo di lato e mi stropiccio gli occhi. E’ bellissima.
«Tequila?» domanda ancora. Tenendolo in mano le allungo il bicchiere e lei versa. Freddy canta sempre più lontano lo spreco di giorni e di notti.
Quando sbatto il bicchiere sul legno del bancone lei riempie sapendo che quello è il segnale. La sirena di chi vuole tutto e non vuole niente. Ogni sera si appoggia al bancone e versa fino all’orlo del bicchiere di chi va a pesca nell’oceano. E prende soltanto sonno.
No so bene cosa succede o dove mi troveranno. Qualcuno ha detto che sono a cinque minuti dalla stazione, prima. Io dico che fuori cadono pezzi di cielo, ero su un treno guasto e non sto da nessuna parte. Corro. Corro sulla mia personalissima ‘Highway Tequila’.

giovedì 23 ottobre 2008

L'ultima volta

Ci sono periodi in cui fai canestro da ogni parte del campo e non è il caso di sedersi in panchina. Altri in cui centrare una vasca da bagno è come disegnare quadri senza l’uso delle braccia. Il problema, spesso, è far coincidere questi due momenti con le partite che si giocano. Dipingere coi moncherini ad una finale NBA era da tribuna, nemmeno da panchina. Magari la sera prima, al campo scuola, segni ad occhi chiusi da sopra lo sportello della macchina nel parcheggio, tra gli sguardi attoniti dei ragazzi in calzoncini. Ma non ha lo stesso peso.
L’estate dei miei 35 anni ero in tribuna a guardare il mio matrimonio. Fuori forma e depresso perché alle finali – Caterina era sempre stata la partita più importante da giocare – non riuscivo nemmeno a palleggiare a dovere. Il time out per me durò tutto il mese di agosto in cui rimasi solo nella nostra città. E la conobbi.
Aveva 25 anni, un fragile vestito rosso ed i seni che minacciavano di uscire fuori dall’orlo, la prima volta che la vidi. Segnai il primo canestro raccogliendo un pallone che non sapevo di avere, da metà campo. Così, senza neanche aver smesso la tuta. Raccolse il mio sorriso timido e fugace e sentii il rumore della retina quando la palla entra pulita, senza incertezze.
Il corso che frequentammo i primi tre giorni di agosto lo guardai da lontano come una linea all’orizzonte confusa tra le teste di quelli davanti. Di quelle ore mi ricordo il profumo che portava e i capelli rossi vicino, durante le lezioni. Il resto fu un tiro in sospensione, ispirato. Perché fai canestro da ogni parte del campo in questo spazio in periferia.
Una settimana dopo non finimmo la cena in casa. La spogliai in terrazzo, tra gli occhi indiscreti d’agosto. Quelli che non si rassegnano al coma cittadino e sperano in nuove forme viventi, magari fuori dalla finestra alle dieci di sera. Rantolammo esausti per terra per due settimane. Nel canestro della mia spazzatura contai più preservativi che bottiglie di birra. Una rarità persino dieci anni prima.
Sentirla addosso era dondolarsi su un’amaca a due passi dall’oceano, immaginare il futuro e poi cancellarlo. Ci perdemmo in una sera fresca d’alta marea: mi guardò negli occhi e suonò la sirena sull’ultimo tiro dicendo “Questa è l’ultima volta”.
Tornai alla mia vita non sapendo cosa ci fosse al di qua delle siepi che avevo trascurato di potare per un mese intero. Ripresi il controllo di quello che avevo e lo mantenni anche quando ebbi molto di più. Per tutto questo tempo.
«Perché me lo racconti?» mi domandi. «Non sei in fin di vita, sembra una confessione da ultima ora».
Perché ho sempre amato tua nonna. E la sogno anche ora che non c’è più. Ho dentro l’ombra di quel mese delirante di giovinezza, mischiato con la vita che è il resto. Ho smesso di giocare tempo fa, è vero, ma so che potrei metterla dentro anche ora. Basta solo staccare la flebo, ad esempio. Andare in giro per l’ospedale quando l’attesa si dilata e rischi che la marea ti trasformi in un’isola. In un mese di degenza vedi passare tutto su barelle o sedie a rotelle, bloccato. Magari in dissolvenza. Lei si è spenta stanotte.
«Lei… ?» mi chiedi.
Lei che non vedevo dal mese in cui ci salutammo. Che aveva i capelli rossi sul cuscino bianco, ora come allora. Lei, assopita senza coscienza dopo secoli. Ha aperto gli occhi, sorriso e l’ha detto, stringendomi un polso. Come se la marea non fosse mai salita quella sera d’agosto di mille anni fa.
Ho smesso di giocare ora, senza sapere che ero ancora in campo. Si è sbagliata trent’anni fa, ma non stanotte. Questa è l’ultima volta.
Portami a casa, piccola mia.

lunedì 13 ottobre 2008

Terminal

Riattacco galleggiando in un silenzio angosciato.
«Dove sei?» aveva chiesto. «Fiumicino» avevo risposto. «A che ora il volo?» aveva continuato. «Tra due or…» «Arrivo! Aspettami!» senza neanche il tempo di farmi finire il tuffo nell’ansia. Ondeggio, in attesa. Un cane nel terminal spazza il pavimento con la coda.
Chicca mi ha trovato poco fa con la voce rotta, dopo tre mesi che non la vedo. Sempre in giro io, sempre ferma lei. Mi siedo e mi perdo in quota al di qua del vetro. Tra aerei che salgono e che scendono, misteriosi nelle loro acrobazie da giganti. Il cane ora guaisce più in là. Ne approfitto per pisciare. Ma non riesco a concentrarmi del tutto.
Raggiungo il Mc e aspetto, seduto con la birra incartonata. Davanti a me passa una bella rossa. Il seno lentigginoso è a rischio di scivolare fuori dall’orlo del fragile vestito rosa.
Aspetto mia sorella senza sapere perché o cosa mi porterà. L’attendo in questa nave senza movimento che è il terminal B di Fiumicino. Tra chi va e chi viene. All’apparenza sapendo anche dove e con orari precisi.

Arriva. Scarpe da ginnastica slacciate, maglietta di fuori. Ma non ero io il fratello zingaro? Mi stringe forte.
Dice: «Auguri» all’orecchio.
Dico: «Ah!»
Dice: «Che c’è, non ti ricordavi del nostro anniversario?»
«Sì, certo», mento sibilando.
Più selvaggia e ferita, con gli occhi che aveva mamma, mi fissa ed io finisco di galleggiare. Ora nuoto verso il bordo della piscina e lei mi porge l’asciugamano. Ha una cicatrice sul collo, ma dietro. Non la vedo da troppo.
«Che ti è success…?» le faccio e lei mi mette un dito sulle labbra.
«Ssst… sto bene, non credere» mi fa. «Sono venuta a farti gli auguri e a festeggiare prima che tu parta. Dove stai andando stavolta?»
«Trondheim» ripeto. Mi sorride inclinando la testa di lato.
«Freddo mi sa» dice con uno sguardo tra la disperazione e l’affetto.
Senza accorgermene mi gratto il collo nello stesso punto del suo dolore già superato. Avrei voluto portarla con me, toglierla da quella vita nella quale si perdeva.
«Già…» rispondo dedicandole un occhiolino.

Festeggiamo insieme il giorno in cui abbiamo ucciso nostro padre, ridendo per lo più. Abbracciati a bordo della nostra piscina di un tempo. Giusto un tramonto, qui, come da piccoli. Piedi nudi contro il sole e crema sulle braccia arrossate. In attesa che lui rientri in casa, 16 anni fa.
Mamma è come se fosse sempre qui, a guardarci, ora come allora. Anche dopo il suicidio e l’ennesima rivelazione di adulterio di mio padre. Ricordarla ogni giorno fa male. Soprattutto con l’immagine dei paramedici che la staccano dal soffitto della stanza illuminata. Un’ombra che si staglia contro la luce del soggiorno. E la finta disperazione dell’animale che era rimasto a custodirci.
Tre mesi dopo l’incidente lui ritorna a casa parcheggiando nel vialetto, coi fanali contro l’ingresso del box. Scende, con la patta aperta e la camicia di fuori. Lo vedo prima io di Chicca, dal bordo della piscina. Mi chiama per aiutarlo a sistemare la macchina dentro. Ho 15 anni, una sorella più piccola di sei, un padre che dice di amarmi ed una madre morta dentro un cappio mentre eravamo a scuola. Una vita a caro prezzo, già allora.
Una vita in cui so già guidare. Mi alzo coi piedi gocciolanti e lo raggiungo allo sportello. Era già tutto dentro di me, da tempo. Lui fa il giro del cofano, apre la saracinesca. Accendo il motore ed innesto la prima. Il sobbalzo lo incastra nella lamiera piegato ed urlante. La sagoma abbozzata sulla lastra metallica si macchia di rosso.
Quando socchiudo lo sportello per scendere, Chicca è lì a fissare il cofano. Le giro la testa e la riporto coi piedi a mollo. La nostra infanzia finisce con l’arrivo della polizia che archivia nel rapporto la parola “incidente” e ci riconsegna una vita. Festeggiamo quel giorno a modo nostro, ogni anno sempre insieme.
Chicca mi parla di Michele ora, la sua ultima delusione. Più bella di sempre, è cresciuta da quel giorno. L’unica cosa che so mentre ascolto di un altro uomo sbagliato che la picchiava.
Prende coraggio: «Sono incinta. Mamma sarebbe una nonna fantastica». Io le guardo la maglietta larga, eppure tesa sulla pancia. «Lo tengo sai, anche se ci siamo lasciati. Lui non lo voleva. O non era sicuro, forse. Io non ho avuto un attimo di incertezza. L’ho aiutato, dicendogli che non era suo». Sorride mentre con l’indice e il medio si sfiora la cicatrice: a dirmi che anche sola ce l’avrebbe fatta. Come sempre.

Manca mezz’ora al mio imbarco. Sono seduto a guardare gli aerei in quota al di là del vetro, nella notte. Coi piedi a mollo come tanto tempo fa. Dal bordo della piscina osservo un bambino che ride tra le braccia di una donna. I capelli bagnati, gli schizzi intorno e l’odore di casa.
Al check-in, col biglietto in mano, non fanno storie per l’ultimo viaggio della mia vita da nomade.

lunedì 15 settembre 2008

Bussano

Bussano alla porta.
Ad intervalli regolari di 5-6 minuti, pugni vigorosi si abbattono sul legno dell’uscio del mio appartamento.
TOC, TOC, TOOC!
È così da due giorni. All’inizio solo ogni tre ore, poi hanno intensificato gli sforzi. Da ieri sono fermi sul pianerottolo.
Ma io non apro. Non girerò la chiave. Anche se sono molto stanco, credo di poter resistere a lungo.
TOC, TOOC, TOC!
Tenaci, colpiscono tre pugni alla volta e i testicoli mi si strizzano. Nel silenzio recupero la mia lucidità. Quando sono arrivati, ieri mattina, mi hanno sorpreso. Li ho osservati dallo spioncino catturare un ratto ed ingoiarlo. La mia mano si è fermata in tempo sulla maniglia.
TOOC, TOC, TOC!
Continuate pure… io non apro! Anche se ormai il pacchetto di sigarette sta finendo. Lo so, continueranno a martellarmi il cervello fino all’alba. E oltre. Se solo la smettessero per più di dieci minuti, giusto il tempo di… dormire!
TOOC, TOOC, TOOC!
Non credo lo faranno: ho il sospetto che diano pugni incessanti ora. La porta non resisterà a lungo. Se mi fermo a fissarla, la vedo vibrare sotto la potenza dei colpi. Devo riuscire ad andarmene.
TOOC, TOOOC, T-TOOC!

Verso le sette di ieri sera sono salito sul cornicione. Avevo intenzione di raggiungere la finestra della mia vicina di casa. Non m’avrebbero sentito. Sarei rimasto lì fino a quando non fossero riusciti ad entrare nel mio appartamento. Avrei infilato le scale per arrivare alla macchina: è parcheggiata qui sotto e benzina ce n’è a sufficienza per andare.
TOC…T-TOOC, TOOC!
Ma qualcosa non ha funzionato: due ore a ripetermi che ce l’avrei fatta e che non avrei sofferto di vertigini, ma dopo 6 metri di piede sinistro e destro, ho desistito. Ho scavalcato il davanzale e sono rientrato in casa. A bloccarmi è stata una folata di vento più forte delle altre: le mani hanno cercato la parete liscia del palazzo e i tendini dei talloni sono scattati per mantenere l’equilibrio…
TOC, T-TOOCC, TOOOC!
… per un istante sono rimasto sospeso, poi il vento ha cambiato direzione e la mia guancia ha sentito di nuovo il freddo dei mattoni.
L’unica via d’uscita è quella dannata porta! E loro vogliono SOLTANTO ME!
TOC, TOC, T-TOOCC!
Con poco tempo a disposizione non sono sicuro che riuscirò ad escogitare qualcosa prima che entrino…ma…aspettate! Sì…sembra proprio il rumore dell’ascensore… forse…
… DEVO ANDARE A VEDERE… Dio fa che sia così, fa che si fermi qui e che io


ce l’ho fatta, cari miei! CE L’HO FATTA!
Sono uscito sul pianerottolo quando hanno agguantato le gambe del figlio della signora Emilia: doveva essere in pena per la madre che non rispondeva più da giorni. Mentre le porte dell’ascensore si chiudevano, gli avevano già spezzato il collo.
Per un attimo credevo di essermi dimenticato le chiavi della macchina. Ma non è stato così. Le strade sono deserte, ma per sicurezza ho messo un bel po’ di chilometri tra me ed il mio appartamento. Sono lontano, anche se non so dove andare.
Non ho risposte a molte domande, mentre scrivo in sosta sull’autostrada. Mi piacerebbe anche non chiedermi nulla. Per adesso è meglio così. Ora che posso stare tranquillo per un po’, ora che ascolto il vento che grida fuori, anche se il motore pare perdere qualche colpo.
Accelero facendo rombare la marmitta e lascio questo quaderno sulla pompa di benzina, sperando che qualcuno lo trovi.
Lo so, per un po’ sarà come sempre, ma alla fine nemmeno la musica dello stereo coprirà quello che sale dal cofano. Allora la mia mente si rassegnerà al fatto che, nonostante tutto, bussano, bussano ancora


e ancora… e ancora… TOCTOCTOCtoctoctoc…

domenica 7 settembre 2008

Alla cassa

Prendi e riprendi, aveva preso il libro dallo scaffale ‘Novità’. Indecisa tra la passione e il prezzo da pagare, come sempre capita. E comunque desistendo e dichiarando a se stessa che avrebbe atteso lo sconto sulla sua autrice preferita. Alla cassa aveva presentato quattro volumi più quello, che aveva ripreso dopo averlo appoggiato. Calzata la busta, timbrato la tessera punti, aveva gettato tutto sul letto in attesa di goderne.
L’indomani, il sito della libreria ammicca alle promozioni del mese: il volume del giorno prima scontato del venti, spese di spedizione incluse, occupa l’home page. Senza ricordarsi di avere rubato la passione dal vivo, pagandola in contanti (no sale), sceglie la spedizione rapida e indolore.
Il terzo giorno si accorge del misfatto e si presenta in libreria, scontrino e volume nella busta, con il sosia (scontato) già in viaggio. Blocca il commesso: «Quanti giorni ho per cambiarlo?». Dice: «Il tempo che impieghi per leggerlo» cercando di strapparle un sorriso.
Lei si precipita nella sala da tè. Si siede, sfila il testo dalla busta e usa lo scontrino come segnalibro. Alle 22 è ora di chiusura, chiude il volume e se ne va.
Dodici ore dopo è di nuovo di fronte ad un cappuccino ad ascoltare le parole su carta dell’autrice, in libreria. Finisce alle 13 e si presenta alla cassa. Dice: «Vorrei cambiare questo libro. Ho con me lo scontrino». La cassiera risponde: «Le faccio un buono o ne sceglie un altro?»
Dice: «L’altro lo posso sempre cambiare?»
Risposta: «Certo!»
«Ne scelgo un altro.»
Si rituffa tra gli scaffali, prende il titolo nuovo e paga alla cassa.
Il giorno dopo blocca il commesso: «Quanti giorni ho per cambiarlo?». Lui ripete: «Il tempo che impieghi per leggerlo», sempre simpatico. Stessa storia. E ancora.
Dopo 32 giorni e 24 libri sostituiti, la voce si sparge in tutto il quartiere. Lei osserva curiosa gli sguardi attenti della gente che la vuole vedere, qualcuno comincia ad imitarla già nei pasti che prende durante la lettura.
Il fenomeno fatica a rimanere circoscritto. Dopo quasi due mesi dal primo acquisto già altre due persone le siedono accanto con i libri cambiati qualche istante prima. Per poi ripresentarsi alle 10 del giorno dopo. E dare vita al fenomeno.
Il direttore della libreria è costretto a prendere provvedimenti rapidi e l’indomani la sala da tè è chiusa. Lei entra e si siede sui divanetti, incurante. Lui viene avvertito dell’arrivo e la raggiunge.
«Signorina, le devo chiedere di andarsene. Questa libreria non effettua più alcun cambio della merce». Lei lo fissa da sotto gli occhiali: «Bene, sto decidendo se comprare questo libro. E’ consentito scegliere ancora, o no?».
Basito, lui balbetta in segno di assenso e se ne va.
Alle 22, quando le casse stanno chiudendo, lei si presenta dalla signorina. Le consegna il libro. «Grazie» ed esce senza girarsi.
La cassiera legge il titolo, apre la seconda di copertina vergata a mano: “Domani non venire a lavorare” e si mette il volume nella borsa prima di uscire per l’ultima volta.
“Fahrenheit 451” sarà l’unica liquidazione del suo lavoro di cassiera in quella libreria bruciata al centro di Roma.

[TITOLI DI CODA: Buon compleanno, a te! ;-)]

lunedì 1 settembre 2008

My LifePod: primo giorno

Il primo giorno registrato sul mio LifePod risale al 7 febbraio 2005.
Lì ho cominciato a riversare le mie ossessioni on line, scaricandole prima in maniera confusa e irregolare, poi, sistematica e metodica.
Il successo decretato da chi ascoltava dalle mie cuffie mi ha fatto pensare di cambiare il gioco, almeno un po'. Prendere tutto, riversarlo su pc e regalarlo sotto una nuova forma. Che per il passato sarà esclusivamente cartacea, per il futuro apparterrà a questo, nuovo, LifePod.
Ho dunque di nuovo collegato tutto e messo in download.
E’ tranquillo, non c’è nessuno in giro:
"So if you have a minute why don't we go,
talk about it somewhere only we know?
This could be the end of everything...
So why don't we go
So why don't we go..."