lunedì 29 agosto 2011

C (parte prima)



I
E’ un uomo di poco conto. Nell’istante in cui ha capito che non avrebbe mai potuto cambiare il mondo, ha deciso che il mondo non avrebbe cambiato lui, evitando ogni futuro, ogni orizzonte. Allora si insinua nel buio delle sere e aspetta la fine grondante di colori di ogni tramonto.
«Che cosa fai per vivere?» chiede lei.
Pensa ‘Perché lo vuoi sapere? Che cosa t’importa?’. Ha il suo seno davanti, le mani sul culo. Si tiene come sul ponte di una barca lanciata a trenta nodi. I capelli scompigliati e il corpo che si flette. Le concede la risposta che dà a tutte: «Difficile da spiegare». Lo guarda curiosa mentre si concentra sul movimento ed ansima, cercando di sentirlo come un pensiero cui vai dietro per un attimo. Impossibile da perdere, impossibile da fermare.
Lui la tiene stretta per non smarrirla. Per non confondersi.
«Difficile dici?»
«Difficile, sì»
Non la guarda in viso. Non riesce a guardarle gli occhi. Non lo fa mai con nessuna. Se non guardi gli occhi non c’è modo di ricordare. Di fartela entrare dentro. Fissa la bocca, le mani, i seni, il culo. Sono cose che non rimangono. Sorride, ma non le restituisce gli occhi. La tiene per i fianchi. Segue la sua danza. Ha la saliva di fuori, la faccia disfatta. Lei usa il suo pene come un perno. Si tiene dentro solo la punta. Approfitta del vigore per strofinarselo addosso, senza farsi penetrare. Quasi a piegarlo, senza riuscirvi, il sangue affluisce regolare, il colore della pelle si scurisce.
Lui la stacca da sé, stufo di quella danza. La gira su un fianco e le agguanta una gamba sollevandola. Le mani scivolano sull’autoreggente fino all’incavo posteriore del ginocchio. Il collant ha uno strappo tra l’alluce e il secondo dito smaltato di rosso. L’aveva visto prima quando le aveva tirato via gli stivali. Gli consegna un’immagine di lei, sfatta, che lo eccita ancora di più. La prende da dietro, lei geme con un dito di lui in bocca. Ha l’anta dell’armadio davanti, la sua pelle bianca tra le mani. Prende a martellarle il basso ventre mentre lei l’asseconda.
Le sussurra: «Cazzo vuoi?», stringendo le labbra, non smettendo di tamponarla.
Lei gira gli occhi, vorrebbe rispondere, ma ha il suo indice tra i denti. Si limita a mugugnare. Lui sa che lo sente fino in pancia. Sa che le piace e che può goderne allo spasmo. Lei geme come un corridore sul traguardo, lo legge nella mano che gli appoggia su un fianco a spingerlo dietro, costringendolo a muoversi sempre più da lontano. Come il carrello otturatore di una Beretta che ricarica arrivando a fine corsa, pronta per lo sparo successivo.
Senza far rumore, stringendole un seno, è bello pensare che le farà una crepa nella vita.


II
Si alza. Si sporge a guardare la sera a Porto Ceresio. Lei dorme, gli dà la schiena. Mostra i capelli, i fianchi magri, scavati, le fossette di venere. Fuori c’è odore di ristorante e di bruciato. Il lago è qua, ma non si sente. Lui anche è qua. Ha i capelli arruffati, i peli sul petto gli danno caldo. Ha il sudore misto al suo, odora diverso il suo corpo. Si passa una mano, si tocca il ventre, si stira il cazzo. E’ ora di andare a lavoro.
Fa il giro del letto e raccoglie le mutande. Le indossa insieme alla camicia, la tiene aperta. Ritorna alla finestra a prendere i pantaloni sulla sedia sotto. Lascia solo i piedi nudi sulla moquette. Torna da lei. Le stampa un bacio sulla fronte. Lei mugugna e lui le appoggia un altro bacio sulle labbra. Ha gli occhi aperti ora, il viso gualcito. Lo vede in piedi che le accarezza la testa. Lui sorride e le appoggia l’altra mano dietro al collo. Col pollice le accarezza dolcemente la mascella. Lei struscia i piedi sotto il lenzuolo. Si rilassa e gli mostra un bacio con le labbra, con un occhio semichiuso. Il rumore del collo che si spezza è quello di una corda tesa, di una bacchetta cinese su un tamburo. E’ competente in quello che fa, rapido ed esperto. Si alza e appoggia la testa di lei su un fianco. Ora sembra davvero che dorma di un sonno naturale e appagante.
Torna alla finestra a prendere le sigarette sul davanzale. In cucina accende il fuoco sotto al caffè, aspetta che esca e lo versa in una tazzina. Lo beve con tutta la calma della notte sul lago. Quella tranquillità di chi prolunga ancora la serenità della propria casa al mattino, prima di scendere nel mondo. E’ notte fonda, però, e c’è da lavorare ora.
Nello sgabuzzino trova il sacco di juta e i guanti da indossare. Lo sistema di fianco a letto. Smuove il lenzuolo nel quale si era avvolta ‘Come si chiamava?’, le tira il braccio e la caviglia. La divarica come un pupazzo e la trascina sul telo. In bagno riempie la vasca di acqua fredda. Si tira dietro il corpo fino alla vasca prendendo i lembi del telo di juta. Un braccio della donna si incastra contro la zampa del letto. E’ costretto ad incrociarle entrambi gli arti sul sesso, sperando che non ricadano. Sul bordo della vasca, la solleva per la prima volta. Pensa ad uno spaventapasseri di quarantacinquequarantaseichili. Nell’acqua piccole bollicine danzano dai pori della pelle fino in superficie. Con la spugna la deterge da capo a piedi, prima davanti, poi dietro. Quando ha finito la gira come un pollo allo spiedo, con la testa all’ingiù. Le lava i capelli, tira il tappo della vasca e col telefono la sciacqua dal sapone. Con sforzo la risistema sul sacco nero, prende l’asciugamano grande e inizia a tergerla. Raccoglie le forbici dal cassetto e le taglia le unghie. Nel mobiletto di fianco allo specchio c’è il borotalco. Lo sventaglia su tutto il corpo, stando attento a non buttarlo fuori dal telo. Nello scrittoio in salotto trova il cartellino con l’elastico e il pennarello. ‘XCIX’ è quello che spunta attaccato all’alluce di lei che viene avvolta nel sudario di juta. Sono le tre del mattino. Su una piccola Moleskine nera presa dal cassetto dello scrittoio annota il numero romano ed il nome corrispondente. Ne manca soltanto una e avrà vinto la scommessa con se stesso: cento vittime. Si sporge alla finestra e si accende una nuova sigaretta. Pensa distintamente che il bene non esista, il male sì.
(fine parte prima - segue)

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